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Nella visita al Duomo, la sua personalissima ricostruzione della leggenda sulla tempesta di Sant’Andrea contro l’attacco del Barbarossa è una pennellata di colore che fa un quadro intero: “Volevano fare il culo agli amalfitani con le navi fottute ai veneziani, ma qua c’erano forti conoscenze con la cricca di San Gennaro e soci, giù maremoti e fulmini e grandinate, e alla fine il culo l’hanno fatto loro ai pirati. Così si sono pure fottuti un pezzo di nave, e l’hanno messo esposto.”
E ancora: a Mario, il funambolico ristoratore di Piazza dei Dogi da cui ci rimpinziamo di scialatielli e spigole alla griglia, Daniele firma una dedica tale da farlo diventare, per una volta, serio. “Aggia chiagniuto pe’ cinquantaquattro anni” commenta infatti l’altro. “Ma si tenesse ancora ‘na lacrima ‘a versasse p’e parole che m’hai ditto.”
Nel pomeriggio rientriamo, passeggiando lungo i cento metri di belvedere che separano Amalfi da Atrani. A me viene naturale affrettarmi per via dell’auto in sosta, stai a vedere che mi è scaduto l’orario del parcheggio. Allora Daniele mi rallenta, dice va’ tranquillo che non ti multano, così scendiamo questa scaletta di pietra che è tutto un suo salutare e dialogare e stringere mani ai paesani, e poi ancora un salutare e dialogare e stringere mani ai vigili urbani. E poi ancora un salutare e dialogare e stringere mani agli ausiliari del traffico. E via salutando, dialogando, stringendo mani. Il risultato è che, causa scadenza del tagliandino prepagato, da circa un’ora sarei da multare per divieto di sosta. Potenzialmente, dico. In realtà pare che, dal sindaco all’ultimo dei nati, di colpo qui abbiano tutti chiuso un po’ d’occhi, sulla mia macchina. Per cui acquisto altri tagliandini, compenso la differenza d’orario e amici più di prima. Poi mi avvicino a Daniele, lo fisso, dico: “Ma tu, in neanche venti ore che sei qua, come fai a fare questo?”
Sorride, lui. “Io? Venti ore?” dice. Poi mi prende sottobraccio, mi fa: “Guaglio’, ma ormai io qua songo ‘o vicerè!”
Lo dice con un’inflessione dialettale praticamente perfetta. Mettendo nello sguardo e nella mimica una napoletanità di cui il più vecchio dei marinai nostrani non sarebbe capace.
E allora, di colpo, capisco che questa non è solo una frase. Non è semplicemente una battuta.
In realtà, questo è il controincantesimo definitivo che ripulisce la visuale dalla maledizione del raziocinio. La formula magica che subito trasforma i lampioni in lanterne a olio, le auto in portantine da sciuscià, le tedesche arrossate in lavandaie formose dirette al fiume. Oggi, ora, ecco qui, non ci sono più passanti in lacoste pastello, ma tanti masanielli in casacche di iuta; non più ritmi house dagli altoparlanti di passaggio, ma echi di tammurriate trascinate da una brezza che profuma di pesce arrosto.
Oggi, qui, adesso, metti che un regno, anziché di sudditi e domini, lo fai di animi e sentimenti e grandezza umana, il sovrano indiscusso e indiscutibile può essere solo lui: Daniele G. Genova.
In serata, la presentazione del suo libro dal palco della piazzetta ha il sapore genuino dell’acclamazione popolare: platea piena e gente ai balconi, applausi, volti palesemente emozionati dal parlar sano di questo conquistatore buono che solo per caso è nato al Nord. Il pacco di libri che s’era portato dietro, tra l’altro, è presto destinato a ritornarsene vuoto.
Alla fine si commuove anche lui, il vicerè: gli sono accanto e riesco a vederne gli occhi arrossati sotto le lenti scure, mentre in chiusura ringrazia per il calore e l’accoglienza che, promette sincero, terrà tutt’una vita nell’angolo di cuore che gli custodisce i ricordi più preziosi.
Poi, il più tardi possibile, il miglior cielo stellato farà da sipario alla sua uscita di scena; ci saranno una notte e un mattino di saluti e ringraziamenti, caffé con notabili o manovali o anziani del paese, e con ognuno il disagio di quegli arrivederci che si temono addii.
Che si temono, ma non lo saranno. Il vicerè non abbandona il suo popolo, glielo si legge negli occhi e nei gesti: è certo che l’incanto reciproco che folla e artista hanno saputo donarsi finirà, in un futuro più o meno prossimo, per accomunarli in un’altra storia di cuori, lampare e lacrime nun chiagniute.
Anche se adesso, vuoi o non vuoi, l’auto che lo scorta a Salerno sta comunque lasciando sull’asfalto queste strisce gommose che sanno di malinconia.


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