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Roma Estate - Corriere del Mezzogiorno

‘O Vicerè
(Cronaca di un plebiscito)

di Ernesto Giacomino

Alle undici e mezza di sera sono ancora per strada. Sulla cattiva strada: almeno adesso.
L’asfalto è umido d’una sciacquata rapida di fine stagione, e il cielo coperto parla solo di tregua e non di pace fatta. Poi tornanti e strettoie, e non è un bel guidare.
Standoci bene attenti, questo tratto di costiera amalfitana che porta da Cetara a Maiori presenta un punto preciso in cui più che altrove le pareti di rocce ti confinano fra due curve cieche, srotolandosi ruvide fra lecci, ginestre, ruderi ammantati di rampicanti.
Lì, in quel punto, se hai la malsana idea di guardare a ponente, vedi essenzialmente quello. Il mare, cioè. Tanto mare. Solo mare. Un campo visivo così intimo e personale da farti dimenticare l’esistenza di un golfo, e di due punte a delimitarlo.
Lì, in quel punto esatto, fossi uomo o papa o re o semidio, di colpo diventi semplicemente un granello organico lievitante nell’atmosfera, sospeso in quell’eterno accoppiamento fra acqua e aria che partorisce l’orizzonte.
Lì, in quel punto esatto, ci sarà passato un mondo intero, esploratori e barbari e turisti e sciatori di molto fuori pista, e adesso ci sto passando io. Per cui, fra il contento e l’ansioso, devo necessariamente soffermarmi quel poco-poco indispensabile a inalare la veduta e fare il pieno di emozioni. Servirà, mi dico. La poesia serve sempre.
Da parecchio un camper di targa gialla (paesi nordici, voglio dire) mi precede a passo d’uomo invalido, cercando un punto in cui darmi strada. Ha l’obbligo di farlo, lui. Quando lo fa, sono passati dieci chilometri. Quando lo fa, non gli sto più dietro da un bel po’ di minuti. Quando lo fa, insomma, ho già parcheggiato ad Atrani.
E’ il 24 agosto 2005. Non a caso, millenovecentoventisei anni esatti dal rutto del Vesuvio che distrusse Pompei. Come dire che in questo pezzetto di mondo ci si aspetta una celebrazione. Come dire che in questo pezzetto di mondo, ancora non si sa, ma la celebrazione è già iniziata.
Il monarca che resterà nella storia amalfitana come Daniele I di Savona mi aspetta su una striscia semibuia fra strada e spiaggia. Studia barche e reti, chiede dei venti, parla con i pescatori. E’ arrivato solo, ha già intorno una decina di persone. In due ore scarse che è qui ha conosciuto il sindaco, ha cenato con gli assessori, è amico intimo di baristi e camerieri. Lo hanno già accompagnato a visitare il paese, le mostre, il municipio.
Il solito Daniele G. Genova, insomma: è a novecento chilometri da casa, ma la sua magia ha invertito presto i ruoli. Lui, il vero nativo di queste terre: noi, i turisti.
Lo vedo, mi vede, e subito i saluti sanno d’una fratellanza lunga un’Italia intera. Per stasera non abbiamo molto tempo, lui stanco io quasi, ma ci rubiamo un’oretta per pianificarci gli eventi e perderci in un po’ di sano amarcord. Chiudiamo con un caffé nella piazzetta, questo largo lastricato d’antico che da un millennio resta sospeso in una bolla d’immutabilità assoluta, con in mezzo un arco che rompe le case sbucando dritto sulla sabbia della battigia.
Atrani: il comune più piccolo d’Europa. L’abbraccio più grande del mondo.
Alla fine diventa notte vera, e tutto tace. Ma sarà un silenzio solo apparente: sotto sotto, il popolo sta già fremendo. La proclamazione, vuoi o non vuoi, è cominciata.
L’indomani si è escursionisti di buon ora (nel senso che mezzogiorno, per noi, è un’ora più che buona): Daniele ha convinto anche il tempo instabile, adesso qui ci sono un sole e un cielo terso che non si vedevano da giorni. E allora, vai con piazze e vicoli e il lungomare di Amalfi, negozianti e locandieri da parlarci e stupire e incantare; e sempre a ognuno di loro, lo si vede netto, viene spontaneo regalare a quest’istrione dal sorriso contagioso il migliore dei ricordi da portarsi dentro: non semplici souvenirs da travasare asettici dalle valigie alla bacheca in soggiorno, ma gestualità e maniere e accenti che solo nel cuore di uno come Daniele G. Genova sapranno sempre di amori e dolori atavici, di Arabi e Borboni, di santi e inquisitori.

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