Carlo Oliva recensisce Alla morte si arriva
vivi
Daniele G. Genova, Alla morte si arriva
vivi, Alberti editore, pp. 216, _ 14.90
Strano personaggio, questo Daniele Genova, savonese di età imprecisata
(ma non deve essere, salvo errori, lontano dalla quarantina). Fa
di mestiere l’investigatore privato, che per un giallista, nonostante
il precedente di Hammett, sembra troppo bello per essere vero e
si fa fotografare in giaccone di pelle e motocicletta che neanche
Marlon Brando, ma ha debuttato in letteratura, udite udite, come
poeta ed è autore di due gialli di provincia, Il nido dei gabbiani
e La campana di Rivara, dal tono preziosamente lirico. E adesso,
invece di sfruttare il filone, ne ha pubblicato un terzo che manda
un po’ all’aria tutti i criteri di classificazione normalmente in
uso. In effetti, quella di Alla morte si arriva vivi è una strana
storia: lirica, sì, ma con una fortissima carica di violenza e tensione,
un misto di realismo e fantasia allucinatoria, in un’ambientazione
che riesce a essere al tempo stesso rurale e metropolitana. Forse
ci vuole un po’ (soprattutto se si ha cura di omettere il riassunto
di copertina) per capire cosa stia facendo il protagonista, un’anima
solitaria e tormentata, piena di dubbi e perseguitata da una serie
di ricordi angosciosi, in un singolare paese dell’entroterra ligure
trasformato, grazie a un cablaggio intensivo e alla computerizzazione
spinta dei servizi, nel primo cyber villaggio di Europa. Non è neanche
chiarissimo, almeno in prima battuta, quali siano i suoi rapporti
con la fauna umana ivi adunata, che oltre ai neoresidenti (artisti,
industriali, esperti di finanza, donne in carriera e simili) com-prende
qualche figura, locale e no, meno pittoresca, ma dallo spessore
morale più accentuato. La trama c’è, ma bisogna scoprirsela poco
per volta, come in certi noir americani alla Jim Thompson. E infatti,
una volta che si è entrati nello spirito della faccenda, si scopre
di stare leggendo, appunto, un autentico noir: essenziale nella
definizione dei personaggi, scabro nello stile, solido nei presupposti
ideologici e lontano, lontanissimo dalle frivolezze di moda nel
giallo nazionale. Per cui, se riuscite a mettere le mani su una
copia di questo volume, che non ha goduto certo di un gran lancio
pubblicitario e di una distribuzione estensiva, ignorate il risvolto,
non lasciatevi sgomentare dalla prefazione di Andrea G. Pinketts
(che dovrebbe decidersi, una buona volta, a smettere con le prefazioni
e ricominciare a scrivere romanzi) e buttatevi direttamente nella
lettura. Non dovreste avere motivo di rammaricarvene.