Direttamente dallo spirito del Vate,
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Savona, 11 dicembre 2004
IL SILENZIO
Ho inteso più volte il richiamo a distinguere il silenzio dal mutismo. Per quanto
mi paia un invito già ricco di significati, vorrei proporre alcune semplice
riflessioni: Forse la differenza sostanziale tra i due termini, al di là delle
definizioni del vocabolario della lingua italiana, risiede nel fatto che: 1)
Il mutismo è assenza di espressione verbale, di parole, di suoni variamente
modulati a cui per convenzione sono attribuiti uno o più significati. 2) Il
silenzio, o meglio il Silenzio, è invece la chiara Manifestazione del Logos.
Ovverosia della Parola, del Verbo. E qui mi pare interessante proporre la lettura
di un antico detto, in una chiave piuttosto insolita: “Chi tace, acconsente.”
Mi sembra un’espressione bellissima, anche perché il proverbio non dice a cosa
è rivolto l’assenso in oggetto. Prima chiave di lettura: Chi tace… Ossia colui
che tace, che non apre bocca, acconsente; permette cioè il manifestarsi della
Consapevolezza a sé Stessa. Cioè la Rivelazione del Logo attraverso la presa
di contatto col Logo. Acconsente poiché l’Io è il fragore di Dio e viceversa.
L’Io è rumore, Dio Silenzio. Due risvolti della stessa Immagine, due aspetti
di un’Unica Verità. E questo concetto pare risuonare nelle parole del Nazireo:
“Quando i due saranno uno e il fuori come il dentro e il dentro come il fuori”.
O se vogliamo: il rumore è della, e nella, Manifestazione. Il Silenzio è, del,
e nell’ Immanifesto. Seconda chiave di lettura: “Chi tace, acconsente.” Chi
tace… Ossia colui che tacendo si fa Silenzio, per sua stessa natura, diviene
il tramite stesso attraverso il quale, il Silenzio può trasmettersi, propagarsi.
Chi tace, quindi, chi è divenuto Silenzio, diviene strumento di se stesso. Il
Logos che, attraverso se stesso, per effetto di Misericordia, diviene condivisibile,
Eucaristico, secondo Sua propria Emanazione. In questo senso, mi sembra utile
osservare come il Mutismo possa essere speculare al Silenzio. Non a caso, nel
Tempio, è proibito discutere di politica e religione. Verosimilmente perché
entrambe sono materie dissimili tra loro solo in apparenza. Di fatto, la politica
è religione e viceversa. Laddove, per religione, si intende l’appartenenza ad
uno schieramento, ad una corrente, ad un movimento. E qui vorrei osservare che
il Nazireo, in verità, o meglio In Costanza di Verità, non apparteneva, se non
per mero atto di nascita, ad alcuna ideologia, ideolatria, religiosa. In verità,
Egli stesso era l’atto del “Religere”, del legare. Egli stesso era il Nodo,
o meglio l’atto dell’Annodare, il Croce-Via Luminoso, tra la Terra e il Cielo.
Inoltre, la politica e la religione, come vengono comunemente intese, hanno
in comune anche la tendenza al proselitismo. Ma che significa, attrarre a sé
fedeli, devoti, o che dir si voglia? Semplicemente significa, spostare elementi
da un insieme ad un altro. In altre parole, dividere, allontanare, con l’ipocrita
pretesa di assemblare, di creare unità. Impulso ed atto indubbiamente prodotti
dall’ego, frutti di pura e ottusa mentalizzazione, e perciò satanici. La moderna
Gerusalemme docet. Ciò detto, credo che appaia evidente che l’uso incontinente,
o imprudente, delle parole possa costituire un serio pericolo, ostacolo, per
il sincero ricercatore. Perché se la Parola unifica, le parole corrono il rischio
di dividere. Nondimeno, le parole possono essere necessarie. Addirittura l’uso
sapiente delle parole può risultare, vinto il tradimento del linguaggio, benefico.
O meglio beneficante. Non a caso, la predicazione del Nazireo fu anche verbale.
Ma le parole acquisiscono l’attributo di beneficanti, solo quando divengono
veicolo del Silenzio. Ovvero ne siano asservite. A tale fine, occorre però che
esse siano pronunciate con Maestria, cioè dal Maestro che, notoriamente, non
può apparire, rivelarsi, manifestarsi, se non in totale assenza di ego. Il Maestro,
di fatto, paradossalmente è Puro Silenzio. Vera pure la tesi che quando l’Allievo
è pronto il Maestro appare. Ma quando l’Allievo è pronto? Può dirsi pronto un
allievo colmo di ego? In un recipiente colmo non si può versare alcunché. Perciò
l’allievo può essere considerato Allievo quando riveli una carenza di ego, una
debolezza, un varco nel monolite egoico, nella sua struttura egoica, ovvero
laddove egli sia “povero di spirito”. Beato dunque quell’Allievo. Se potrebbe
obiettare che se il Maestro è Puro Silenzio, Pura Energia, Puro Vuoto, cosa
mai potrebbe travasare all’interno dell’ Allievo? Innanzitutto il Vuoto del
Maestro non ha nulla a che vedere con la vacuità dell’ allievo, e men che meno
con la Possibilità offerta all’allievo stesso dalla diminuzione del suo livello
egoico, del suo livello di mentalizzazione. Secondo, il Vuoto del Maestro nella
sua condizione terrena, nella dimensione dell’ Immanifesto è invece Pura Pienezza.
Perciò potremmo dire che l’Allievo è pronto soltanto quando ha almeno un’intuizione
di quella Vuota Pienezza che il Maestro incarna. Ma affinché ciò possa accadere,
non è forse necessario anche tenere un po’ la bocca chiusa?