Direttamente dallo spirito del Vate,
ecco il Pensiero A
vai al Pensiero B
vai al Pensiero C
Savona 18 novembre 2004
A sofferir tormenti e caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrere l’infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.
State contenti, umana gente al quia;
che se possuto aveste veder tutto
mestier non era parturir Maria.
A mia modesta riflessione, pare mirabile e denso di saggezza il richiamo di
Dante a chinare il capo davanti al Mistero. Il capo, ovvero la testa, sede del
cervello, materia che Virtù dispone, deputato al raziocinio. Raziocinio che
nulla può se non arrestarsi, dovendo, per effetto di saggezza, al cospetto di
quel Mistero. Pena l’insanità mentale, che potrebbe anche essere intesa come
iperattività del pensiero, o se vogliamo cerebralismo, mentalizzazione fine
a se stessa, che in qualche modo inibisce, più o meno lentamente, il naturale
nostro fluire verso la Luce, fino a condurci ad una vera e propria cristallizzazione.
Infatti Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrere la infinita via.
Ma qual è questa via? Il Dharma? L’infinito flusso del divenire? Se è così ecco
che quella cristallizzazione si vi si opporrebbe per sua propria natura, in
atto o peccato di superbia. I primi tre versi di Dante richiamano l’attenzione,
e non a caso, sulla manifestazione carnale dell’uomo. Uomo che ha sì la possibilità
di pervenire al vero, ma non attraverso la mera sensorialità, né attraverso
la pura indagine del pensiero. Pensiero che, parrebbe, invece idoneo ad una
funzione di trampolino, di punto di partenza qualora si verificasse la consapevolezza
che quel punto di partenza altro non è, e non può essere, che il punto di arrivo
di tutta l’attività elucubratoria precedente. Il pericolo di una stagnazione
sul piano orizzontale di un’ ipotetica circonferenza, o se preferiamo di una
cristallizzazione nel moto circolare, derivante da un’attività raziocinante
di tipo filosofico speculativo, sembra che Dante voglia segnalarcelo senza mezzi
termini. D’altro canto, però, di ragione siamo dotati. E pertanto quella stessa
ragione, resasi consapevole del rischio della celebralizzazione, del ripiego
su se stessa, può e deve recuperare quell’energia necessaria a interrompere
il giro vizioso che ci mantiene lontani dal centro. A mio avviso, quella forza
centripeta potrebbe essere ottenuta per effetto di fede, fiducia. Ovviamente
non fede o fiducia in un dogma, credo o altra corrente sapienzial filosofica.
Ma un tipo di fede/fiducia in odore di resa. Quella resa appunto che Dante avverte
di fronte all’insondabilità del Mistero. In altre parole, quel semplice arrestarsi,
dettato dal giusto sentire del sano intelletto, del cuore intelligente, può
essere in grado di produrre quella spinta in direzione del piano verticale.
Quel “State contenti umana gente” somiglia molto all’evangelica esortazione
del Nazireo: “ Non preoccupatevi per cosa mangerete domani” “State contenti,
umana gente al quia”. E mi pare ovvio che l’enfasi di questo verso ricada sull’intero
verso, su ognuna delle parole che lo compongono. Di fatto, non si potrebbe essere
contenti altrove, né si potrebbe altrove essere contenti, poiché in questo istante
preciso, ovunque esso cada e in qualsiasi circostanza, sono contenute tutte
le possibilità intrinseche ed estrinseche dell’uomo, al riguardo dell’ampliamento
del proprio stato di coscienza. E qui, il monito a guardarsi dal commettere
il peccato di ignavia mi pare fin troppo esplicito, sia pure nell’implicito.
Che sé possuto aveste veder tutto… Perché Dante usa il verbo al passato? Quando,
eventualmente, avremmo potuto veder tutto? Forse prima di vestire questa forma?
In quale tempo? Dato che il tempo, con ogni probabilità, è legato alla dimensione
della materia. Ma se un’anima s’incarna… forse Dante intende suggerirci che
quell’incarnazione è la condizione necessaria al suo stesso perfezionamento.
Perfezionamento però che appartiene giustappunto alla qualità animica dell’uomo
e non certo a quella corporale cui è strettamente legata la materia celebrale
che, senza l’intervento di quella forza centripeta, sarebbe destinata nella
migliore delle ipotesi appunto alla stagnazione o, perseverando, addirittura
alla follia patologica. Sembrerebbe che l’uomo sia caduto in trappola, allora.
Ma non è così. Per Grazia, ecco che Virtù concede il Ministerium a Maria, il
Ministerium del parto, il sacerdozio per effetto del quale, attraverso il corpo
materiale di Maria un’anima immateriale riesce a manifestarsi su questo piano
della realtà. Ma si tratta di Ministerium, di mestiere sacerdotale, e quindi
sacro con tutte le sue implicazioni. Maria non partorisce solo Gesù. Maria,
ogni Maria, per effetto di quel Ministerium, di quel divino sacerdozio, diviene
strumento, crogiuolo alchemico, in cui il Cristo si veste di carne. Come fa
non vuol che a noi si sveli. Credo che davanti al cuore di quell’alchimia, davanti
al mistero di quel Ministerium, e non oltre, il nostro cervello, la nostra capacità
raziocinante debba riconoscere il dovere di arrestarsi, di arrendersi, in quella
resa che non può avere altro effetto che l’affidamento, la fiducia, la fede
in Virtù stessa, che noi manifestiamo, di cui noi siamo figli e nulla più. I
figli saggi che non ambiscono ad essere più dei padri. I figli prodighi che
tornano umili alla casa paterna, consapevoli che lontano da quella casa, preda
della superbia, non v’è alcuna possibilità. Certo su quell’ideale circonferenza
purgatoriale, oltre al moto cristallizzatore circolare, possono agire alla stessa
maniera due forze opposte, quella centripeta, appunto, che ci sprofonda (o ci
innalza) consacrandoci all’ abisso del Divino, o quella centrifuga che non può
che allontanarci. In questo senso, altri non ne vedo, direi che l’intervento
della ragione diventi determinante ai fini della saggia scelta. Il purgatorio
ha due ingressi e due uscite, finché in Simili corpi Virtù ci vuole.