Commenti dei lettori
Alla fine del romanzo, la prima sensazione che affiora
è quella della ricomposizione di un rift dell’anima. La spaccatura tra ciò
che si è, per origine o per natura, e ciò che si diventa per sorte, per il
gusto del superamento del limite o semplicemente per ingenuità, è egregiamente
testimoniata dall’esistenza sradicata e ambivalente del personaggio del “pentito”.
Dal punto di vista stilistico, il senso della dicotomia è ancora più tangibile.
Per tutta l’opera infatti, si assiste all’alternarsi, senza soluzione di continuità,
di una doppia cifra espressiva. L’una è una scrittura leggera, quasi musicale,
che s’innalza e si purifica diventando descrizione estatica della bellezza,
quando l’oggetto è la natura, il paesaggio, i riverberi della luce o la voce
del vento; l’altra è una scrittura febbrile, disincantata, metropolitana,
quando oggetto della narrazione diventano le tormentate passioni dei personaggi,
il ricordo tossico delle passate stagioni, le strategie per sopravvivere alle
insidie del presente sia delle vittime che dei carnefici, in un sabba magistralmente
giallo, che sembra non avere fine. Questa seconda modalità espressiva raggiunge
punte di sarcasmo iperboliche, quando illustra le meraviglie cyber-telematiche
di Colletta, borgo di origine medievale dove si dipana la storia, strappata
alla senescenza da un avveniristico restauro che ha limitato al minimo l’impatto
ambientale, ma che ha sconvolto il tessuto umano facendone una colonia di
aquile del terziario avanzato. Dopo varie traversie, è nell’epilogo che comincia
a ricomporsi il rift dell’anima: la scelta del protagonista di uscire dal
girone infame della malavita non fosse altro che per salvaguardare il futuro
dei suoi familiari, e il ritorno al paese d’origine per tentare una seconda
nascita e darsi un’altra possibilità, segnano l’inizio della ricomposizione.
E qui l’autore (consapevolmente fraudolento?.. Sì, assolutamente) sconfina,
supera il genere, poiché alla trama del romanzo di maniera, imbastisce nell’ordito
una filosofia di vita: è proprio dell’uomo, nascere una seconda volta e quindi
riscattarsi dallo scacco matto infertogli dal destino, ma a patto che egli
abbia attraversato il nodo gordiano di un’esistenza inautentica e reificata.
Se così non fosse, sarebbe un’espressione qualunque quella che l’autore sceglie
come titolo per il suo romanzo:“Alla morte si arriva vivi”, e Daniele G. Genova
sarebbe solo un brillante scrittore di gialli. Ma così non è!
Giusi Palumbo - Palermo
Mi permetto di segnalare uno
scrittore che ha colpito le mie corde più intime e non per il solo fatto di
essere anche un vero amico. Nei suoi libri traspare la vita che gira intorno,
sostenuta dai paesaggi muscolari di una Liguria che non vuole scomparire.
Parte dal pretesto di un raffinato giallo per dialogare con il mondo, aprendo
finestre da troppo tempo chiuse. Il vento è trama di un fitto ordito che inanella
volute di fumo, che spingono a guardare oltre, più lontano e più avanti. A
voi la lettura, se vi ritenete pronti a scoprire una penna che non vi lascerà
facilmente. Questo autore si chiama Daniele G. Genova. Ecco un modo di avvicinarsi
al suo mondo: www.danielegenova.net
Federico Basso
Da leggere, tutto d'un fiato. "Alla morte si arriva vivi" non è solo un noir, ma una retata a sorpresa nelle coscienze di un pezzo di mondo. E ci regala un nuovo, imperdibile amico: un romantico bastardo di razza e di fama, malavitoso con tolleranza, corrotto ma corretto. Auguste Vitrand, insomma: il classico ragazzo della cosca accanto... Mitico Daniele, allora: a quando un sequel?
Ernesto Giacomino
Ciao, sono Marco Scaldini e, come ti ho detto per telefono pochi giorni fa, ho appena terminato di leggere Alla morte si arriva vivi e mi è piaciuto.
Ho apprezzato particolarmente la struttura, che vorrei definire "cinematografica", con la funzione cardine dei dialoghi e l'uso dei flash-back. Anzi, a ben pensarci, mi sembra uno dei pochissimi romanzi gialli italiani degli ultimi dieci anni che potrebbe essere facilmente tradotto in film.
Un cordiale saluto e spero a presto risentirci.
Marco Scaldini
Un brivido d'Agosto è sempre
il benvenuto. No, non mi riferisco all'effetto di un tuo racconto, ma all'inaspettato
sussurro di mio nonno buon'anima, in un primo pomeriggio di questa stramba
estate, in una stonata libreria del centro.
Già, ãAlla morte si arriva viviä era il suo cavallo di battaglia, la
frase che mi somministrava a piccole dosi, nei momenti giusti, seguendo la
sua particolare ma splendida posologia.
Per un attimo è stata proprio la sua voce, un istante lungo un'infanzia
incrociato tra scaffali colorati e brusii sconosciuti. Poi sono tornato con
lo sguardo al ripiano che avevo distrattamente superato ed ho scoperto l'origine
della staffilata. Un detective privato che si chiama Genova, scrive gialli
e frega le parole a mio nonno, un titoletto rosso sangue che in quel momento
sembrava grande quanto l'insegna del Moulin Rouge.
E altri 15 euro prendono il volo (belin!).
Palanche spese bene, comunque.
A parte i postumi da sbornia che ho avvertito empaticamente dopo gli svariati
matusalem tracannati una pagina qua, una là, la caratterizzazione dei
personaggi non è male e finalmente posso dire di essr stato a Colletta
di Castelbianco.
Da quelle parti (SV) bazzicavo da giovane, tre volte alla settimana a spaccarci
le ossa sul campo ( forse ti ricordi dei Pirati di Savona, football americano)
ed a lucidare per bene i boccali di birra delle bettole circostanti.
Come te mi occupo di investigazione, in campo informatico, però. Devo
perciò ammettere che ho iniziato il libro cercando cinicamente il tuo
primo passo falso nella rete, fra i pc ed i cavi in fibra. Non ce ne sono,
anche perché sei stato giustamente elusivo ed hai sfumato ogni spigolo
tecnologico in modo da non dover combattere con troppi dettagli tecnici.
Del resto ho cambiato presto atteggiamento, e mi sono goduto le restanti pagine
in una nottata.
In ogni caso complimenti per la storia, a volte troppo incredibile, come la
vita stessa.
Ciao ·anzi Salute!
Maurizio
Ho letto con vivo interesse il suo libro ã Alla morte si arriva viviä, apprezzandone lo stile asciutto e realistico che ben si accorda all'ambiente ed alle situazioni descritte.
Soltanto chi, come lei, conosce a fondo certi retroscena, poteva fornire un quadro così realistico di ciò che si annida dietro la ãfacciataä.
La brava gente, ossia i soliti tartufi di ovunque e di sempre, storce il naso ed evita di comportarsi, al contrario di lei, dicendo pane al pane vino al vino, sesso al sesso e mafia alla mafia. Bisogna pur salvare ad ogni costo la faccia, anche e specialmente quando essa è tale che, paragonarla al sedere, sarebbe offesa per quest'ultimo. Meno male che da Brecht a Moravia,da san Camillo Sbarbaro al signor Daniele G. Genova, qualcuno c'è che ha il coraggio di dire le cose non edificanti che non si debbono dire.
Ci sono parecchi ãDon Rinuccioä in giro anche da noi: tutti di buona famiglia e di ottima estradizione ãzocialeä.
Non so, però, quanti, tra i costumati lettori, che le auguro numerosi, sapranno leggere in questa mia chiave gnostica ed eretica il suo libro. Ma spero di sbagliare: forse sto peccando di presunzione illuministica. Comunque, my best compliments.
Silvio Craviotto - Scrittore
Da cosa si riconosce un grande narratore?....
Dal fatto che sa coinvolgere nella lettura fino a far perdere la misura del tempo. Dal fatto che fissa nella mente dei suoi lettori l'immagine di ogni personaggio, anche con pochi indizi. Dal fatto che quando il romanzo termina al lettore dispiace che sia terminato.
"Alla morte si arriva vivi" non viene meno a queste caratteristiche.... ergo, Daniele G. Genova è un grande narratore.
Ribadisco ciò che ho già scritto in una precedente e-mail a proposito dello stile, dei registri narrativi. Aggiungo che Auguste Vitrand meriterebbe un futuro che forse non avrà e che, ragion di più, resterà nel cuore dei lettori. Di alcuni resterà anche nella memoria, se hanno avuto la fortuna di conoscere di persona il suo creatore: perchè viene spontaneo sovrapporre la faccia intensa e simpaticamente canagliesca di Genova a quella tutto sommato indefinita del protagonista.
Aggiungo che questa storia, sottilmente, fa passare la voglia di andare a visitare Colletta e al tempo stesso invita ad andarci, perchè luogo di elezione di un male subdolo che passa attraverso drammi a lungo nascosti e misteri celati dall'apparenza del benessere; ma anche luogo dove la Natura ha scolpito scenari da incanto e dipinto atmosfere arcane che solo certa Liguria ha.
Aggiungo che mentre il finale del romanzo - con la soluzione del mistero - spiazza e schiaffeggia il vortice di aspettative cresciute nel lettore, l'epilogo beffardo e canadese rappresenta il vero tratto distintivo dell'approccio letterario di Genova: disillusione, maledettismo e un destino che il protagonista si porta cucito addosso come perenne catalizzatore di vero equilibrio. Il vero equilibrio che è determinato sempre e solo dall'opposizione di due estremi e mai dall' aurea mediocritas degli annacquati compromessi.
Deca
Caro Mezzosangue, hai scritto un bel romanzo. Bei personaggi,
bell'ambientazione, bella storia... cioè, c'è tutto quello che
deve esserci. Tuttavia... Ci sono alcuni brani davvero riusciti. Ne cito uno
per tutti: "Arrivai a sperare, persino. Segno evidente che stavo impazzendo."
Ma ce ne sono altri. In certi passaggi ho trovato le radici piantate solide
nella terra di Liguria, come quelle di Biamonti, che tanto ho apprezzato.
Tuttavia... Un paio di cose, però, te le voglio rinfacciare, come lettore,
sia chiaro, e non come critico, che non lo sono. Sperando che me lo permetti
e tu non me ne voglia.
1- un finale troppo affrettato. Avrei voluto assaporarlo più lentamente;
2- alcune banalità. Come quella che comincia "Aveva le gambe aperte, scomposte..." e finisce "...quel filo sottile tra l'uomo e la bestia" e alcune altre che non fanno parte del romanzo che ho letto;
3- a volte il personaggio va sopra le righe e rischia di diventare un già letto, mentre, quando resta nei limiti di un personaggio credibile, di una persona normale, è davvero efficace; E' tutto.
Sono contento di aver creduto (ma non è certo che sia così) di trovare qualcosa, nel tuo romanzo, che non è perfetto. Mi sarei incazzato come una bestia se così non fosse stato.
Loriano Macchiavelli
A guardalo nella foto pubblicata sul suo sito Internet ( www.danielegenova.net ) appare come una specie di ãselvaggioä di marlonbrandoniana memoria. ãChiodoä in pelle, occhiali scuri modello Ray-ban e sigaro avvitato all'angolo della bocca. Ma Daniele G. Genova (quella della G fra nome e cognome è una storia dalle origini complicate e non breve da spiegare, ne accenneremo in seguito) in realtà non è solo quello che appare. Anche se un po' ãduroä in fondo lo è, vista la sua professione di investigatore privato. Ma dietro la ãdurezzaä professionale si nasconde altrettanta (se non di più) morbidezza: di pensieri, di sensibilità, di animo. Un tipico prodotto ligure, insomma: ãsavergoä (selvaggio, appunto, o meglio selvatico) all'apparenza ma sotto sotto docile e disponibile nei confronti del suo prossimo. Soprattutto quando si tratta di indagarne l'anima e la psicologia.
C'è tutto questo nei suoi romanzi, e in modo particolare in ãAlla morte si arriva viviä (edizioni Aliberti), ultima fatica letteraria in libreria da alcune settimane, dopo un paio di esperimenti ben riusciti ma ancora lontani da quella che sembra essere l'arrivo alla maturità di scrittore. ãAlla morte si arriva viviä è molte cose: un ãnoirä, prima di tutto, con reminescenze chandleriane e una vaga atmosfera alla Izzo; un ãgialloä di gusto italiano; un romanzo psicologico; e anche un affresco del tutto personale e credibile della realtà che Daniele G. Genova conosce bene perché è la sue radice: la Liguria e la terra savonese in particolare.
Teatro in cui si svolge la vicenda è Colletta di Castelbianco, località dell'entroterra albenganese in cui l'odore del mare si mescola a quello dell'appennino e in cui i tramonti s'incendiano di Mediterraneo e montagna. Colletta è il primo paese totalmente informatizzato d'Europa, nel senso che il consorzio di società che hanno ristrutturato l'antico borgo, hanno collegato ogni singolo appartamento a una rete informatica modernissima che fornisce tutti i servizi possibili e immaginabili. Ed è proprio nel contrasto tra la modernità telematica e la cultura contadina del paese dura (per fortuna!) a morire che si svolge la trama del giallo. Protagonista è Vitrand, un pentito di mafia che a Colletta si trova sotto falso nome grazie al programma di protezione garantitogli dallo Stato. Intorno a lui si snodano una serie di omicidi e lui ne è coinvolto. Un po' di malavoglia, un po' per spirito di vendetta e un po' per vincere un'antica sfida con sé stesso, Vitrand finisce col risolvere l'intricato caso pagando un altissimo prezzo soprattutto in termini di sentimenti delusi e calpestati. Una sorta di punizione in più per il suo passato malavitoso.
Ma al di là dell'intreccio, il romanzo è un'esplosione di Liguria, dei suoi caratteri e umori, di personaggi che vivono ãalla ligureä una situazione decisamente eccezionale e straordinaria come quella di una serie di morti ammazzati.
Un romanzo che ha avuto la ãbenedizioneä di uno degli attuali santoni del giallo italiano, Andrea G. Pinketts, che ne ha firmato la prefazione. E che, in segno di amicizia, ha dato il suo assenso alla ãGä. E così Daniele Genova , investigatore privato e scrittore, è diventato Daniele G. Genova.
Max Mauceri
Alla morte si arriva vivi, non
più solo una realtà ma anche un bel libro, il tuo ultimo libro.
Bella l'ambientazione, rurale e tecnologica, uno dei tanti contrasti che ho
trovato oltre al romanticismo e alla disillusione, all'amarezza e alla poesia.
Alterni luci e ombre tra le pagine e sulle pendici di Colletta e inserisci
un briciolodi filosofia, vivere il presente, come dice Auguste Vitrand, e
andare avanti.
E tu, Daniele, vai avanti a scrivere, ne vale la pena!!!
Clizia
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